Il giorno dopo (o forse no)

Scritto da il Dicembre 13, 2019

Anglofilia. Regno Unito, il giorno dopo.

Non nego che ho cominciato a prendere coscienza dell’ennesima sconfitta del Labour ben prima di leggere i risultati degli exit poll. E non si parla di ore, ma di qualche settimana. Infatti, probabilmente, almeno dal 1983, anno della riconferma elettorale della Thatcher, non c’è stata una sconfitta elettorale più preannunciata di questa per la sinistra britannica. Ho usato il termine britannico, ma forse avrei dovuto usare la parola “inglese”, dato che molto spesso il voto dell’elettorato europeista di sinistra di Scozia e Irlanda del Nord se n’è già bello che migrato verso altri lidi (Libdem e partiti regionali, spesso di impostazione progressista, che nel caso scozzese hanno fatto un bel risultato). In termini di seggi conquistati, inoltre, è dal 1935 che il partito laburista non subiva una debacle elettorale del genere. In quel frangente, i laburisti guadagnarono 154 seggi; oggi si oscilla fra i 191 e i 199, ma lo sapremo con precisione maggiore fra qualche ora.

Questa ennesima sconfitta del Labour ha molti padri: il più grande di questi, e mi dispiace per chi ancora crede fortemente nella sua leadership, è Corbyn. È parso titubante sulla questione Brexit fin dal principio, e ormai quest’asserzione è diventata quasi un refrain, ma suona come una triste verità. In più, come se non bastasse, si è anche dichiarato neutrale in caso di un secondo referendum sull’uscita dall’Unione. Non è piaciuto a molti operai e al ceto medio, che lo hanno forse percepito in modo distaccato, lontano; pare non sia andato molto a genio neanche ai remainers, ai quali probabilmente non sono piaciute le sue titubanze sulla posizione Pro-Ue del partito. Insomma, se neanche il secondo partito del paese, tramite il proprio leader, non ha una posizione chiara su un tema del genere, non si differenzia troppo dalla sua controparte, “dov’è l’alternativa” potreste dire voi?

Per alcuni, gli stessi che sostengono apertamente la leadership del capo dei laburisti, ci sarebbe, ma sembra una poco attuabile quanto vasta lista dei desideri, molto simile a quella dell’old Labour: ambiziosa e carente di realismo. Se dico questo, non è un caso. Quando ho cominciato a scrivere, i laburisti erano dati al 28% nelle rilevazioni. Nel 1983 persero con il 27.6% dei voti. Certe date – come quella menzionata sopra – ritornano, perché ritornano gli atteggiamenti che hanno portato il più grande partito di sinistra britannico ad anni e anni di opposizione. Nel 2010, i laburisti di Gordon Brown, fino a poco tempo prima al governo, arrivarono al 29%, ma in quel caso, oltre al calo di consensi fisiologico dopo l’esperienza di governo, c’era un terzo partito inaspettatamente forte e in ascesa come i Libdem. E in quel caso, poi, la distanza dai conservatori fu di soli 7 punti percentuali. Numeri simili per il Labour, ma contesti molto differenti.

Se c’è da trovare un altro padre di questa sconfitta, perciò, non c’è che da guardare il programma, sulla cui attuabilità e sostenibilità sono stati mossi diversi dubbi.

Piantare alberi è un intento nobile (che condivido in pieno e pratico), ma oltre a questo, agli utili investimenti (fibra ottica per tutti in primis) e alle nazionalizzazioni (sacrosante per le ferrovie, meno per altre, anche meno sostenibili economicamente) non sembrano esserci proposte nuove che esulino dai vecchi programmi del Labour.

Il fatto che l’elettorato sia in aumento, specie fra i giovani, può non aver avuto necessariamente, come nel 2017, un impatto positivo per i laburisti, nonostante la proposta di azzerare le tasse universitarie (tuition fees).

Nel frattempo, sempre nello stesso programma, viene riproposta la tassa di successione, abolita qualche anno fa, si propone di aumentare le imposte sulle imprese e di aumentare le aliquote per i più abbienti, ovvero chi guadagna mediamente più di 80.000 sterline all’anno. E questo è solo un piccolo estratto delle tante cose proposte, troppe per un mandato di 5 anni, anche se la tattica politica è giocare al rialzo. Se alcune di queste possono essere giuste e giustificate per una qualsiasi piattaforma politica di centro-sinistra, il programma in sé pare un’accozzaglia di intenzioni di vario genere. Tutto ciò non ha certo dissolto il timore di una copiosa sconfitta, poi avveratasi. Dal 1979 al 1997 i Laburisti non hanno governato. 18 anni di opposizione, terminati solo con un candidato e un programma innovativi, centristi. L’avrò scritto già decine di volte, ma questa deriva che portò a un lungo periodo di opposizione sembra ripetersi storicamente come una spirale. Se il Labour non è capace di attirare un più ampio elettorato sarà destinato a perdere e a ripetere quei quasi 20 anni di opposizione. E questo, nonostante il sempre più crescente divario sociale nel Regno Unito e altrove, non è certo un bene. È possibile governare con realismo e allo stesso tempo combattere le diseguaglianze sociali, possibilmente senza essere anacronistici?

È stato un voto solo sulla Brexit? Forse si. Ma per il Labour questa non può essere una scusa, o l’unica argomentazione da cui ripartire. Non solo per queste ragioni, ma anche.

Non servono particolari doti di preveggenza per capire che, stando così le cose, la sconfitta era alle porte. A dirla tutta, per tentare di rimediare a questa disfatta, non servirebbe neanche la fantasia di chi ha scritto il programma laburista, però…

Francesco Valdambrini


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