(continua dalla parte I)
Ma lo schema applicato a Coccaglio si è già presentato in passato, più o meno da metà anni Novanta in poi. A Rovato (dove il 19 novembre sera si è tenuta una riunione, presso il centro sociale) l’ex sindaco Manenti già quindici anni fa organizzava le ronde, mentre ad Adro, sono stati proposti pseudo-premi da cinquecento euro per coloro che denunciavano i clandestini, inaugurando un nuovo metodo educativo, quello dei cittadini “cacciatori di taglie”. A Chiari, nel 2004, il sindaco (senatore e cavaliere) Mazzatorta, come primo provvedimento ha chiuso lo Sportello Stranieri, un progetto intercomunale sovvenzionato dalla Regione Lombardia. Ma c’è anche un altro fatto, forse più preoccupante, rispetto a questa che è una delle più recenti “trovate” razziste della Lega, in quanto supera la natura, di per sé agghiacciante, di tutte le strategie discriminatorie menzionate: infatti, se finora il partito di Bossi e Maroni ha sempre più o meno camuffato la repressione nei confronti delle classi sociali più svantaggiate dietro alla maschera della paranoia securitaria nell’interesse e per la difesa dei cittadini italiani, “White Christmas” scavalca la solita strumentalizzazione dei fatti di cronaca o di situazioni di disagio espresse dai cittadini. È il sindaco di Coccaglio in persona a dirlo – e lo fa quasi con orgoglio: “Vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia”; “Qui da noi non c’è criminalità”, ha aggiunto (addirittura). Una fobìa indotta, insomma; con un accanimento che, oltre all’ingiustizia, ne svela l’assoluta gratuità. Ecco da dove passa il labile confine tra difesa e intolleranza. E tale confine è stato varcato.
Si tratta, dunque, di un evidente salto di qualità nelle politiche della nostra destra che, dai vertici del Carroccio, ne garantisce la copertura istituzionale, poiché il piano era stato proposto e approvato a fine ottobre durante una riunione a Milano tra i sindaci lombardi e i leader padani. “Il Ministro Maroni è un uomo pratico – ha detto Claretti – ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”.
Come un campanello d’allarme, dunque, il salto di qualità avvenuto a Coccaglio deve mettere in guardia le coscienze di tutti gli italiani, che tendono a lasciarsi abbindolare dalle campagne di “prevenzione”, cedendo alla seduzione di parole rassicuranti che spostano la causa dei nostri malesseri sociali sulle categorie più fragili, responsabilizzandole come capri espiatori del nostro disagio. E, spesso e volentieri, ci lasciamo anche persuadere dell’effetto placebodi certi vaccini (anti-influenza o anti-immigrati che siano) che vengono proposti più per fomentare le nostre manie di sicurezza preventiva, che non per rispondere al bisogno di tutela dei diritti. E rendiamoci conto – ma in realtà lo sappiamo bene – che, quanto al vantaggio di queste campagne, l’unico vero profitto va a chi proprio da esse trarrà guadagno o rafforzerà il proprio potere (case farmaceutiche in un caso, politici e partiti nell’altro).
Vogliono farci credere che l’Italia sarebbe migliore se venisse “ripulita” dai migranti – spesso non cristiani, e talvolta neppure troppo “white”. Vogliono convincerci che è necessario denunciare chi è in difficoltà – invece che essere disponibili nei suoi confronti; …insegnarci a fare la spia, ad accusare, a denunciare altri italiani, quasi fossero anomalie, o “italieni”. Ma in questo “gioco” tra regolari e irregolari, chi sarebbero, davvero, gli italieni1?
Certe situazioni rievocano motti che nella storia, periodicamente, tornano a riecheggiare: da quelli alla Gor’kij“se il nemico non cade, lo si schiaccia”2, al fascista “boia chi molla”, ugualmente discriminanti e disumani. Non è necessario essere particolarmente cristiani o credenti, e neanche di sinistra o radicali, per rendersi conto dell’aberrazione dell’introduzione del reato di clandestinità che sta avvelenando l’opinione pubblica e il senso civico degli italiani. Ci fanno bere, a dosi quotidiane, parole inquinate – e non sempre ce ne rendiamo conto. “Libertà” o “sicurezza” spesso vengano usate in modo demagogico, contaminate da altri concetti strumentali alla politica: “immunità, impunità”, “intolleranza”…
Viene da chiedersi che cosa sarebbe avvenuto alla scelta del nome dell’operazione, se Claretti e Abiendi avessero saputo che il compositore statunitense Irving Berlin (l’autore di White Christmas) in verità era un emigrato ebreo nato in Bielorussia, e che aveva inventato uno pseudonimo anglofono, dato che il suo vero nome era Israel Isidore Baline. Probabilmente, avendo saputo anche questo, i leghisti si sarebbero ispirati ad un’altra canzone, dato che con White Christmas pensavano di difendere l’identità padana.
Se vogliamo apprendere la lezione della Lega, il messaggio è chiaro: in fin dei conti, Gesù era nato con i documenti in regola – e non da due forestieri immigrati in cerca di accoglienza; lui e i suoi genitori erano dalla parte di Cesare, infatti per loro c’era posto.
Insomma, hanno riscritto il Vangelo, e anche la storia – compreso il presente, già ben inquadrato.
Chissà, riportando il Natale ai nostri giorni, che volto avrebbe la Madonna. Forse quello di una rom, di una nigeriana, o di una qualunque straniera in fila per il permesso di soggiorno.
…E chissà chi saremmo noi, in quel presepe.
1Il neologismo è una citazione della rubrica “Italieni”, del periodico “Internazionale”
2Dal titolo di un articolo di Gor’kij (teorico e braccio destro di Stalin in materia di politica culturale) apparso sulla Pravda del 15 novembre 1930
Beatrice Borri
Figline Valdarno, 25 novembre 2009
Riferimenti web (siti attualizzati al giorno 23/11/2009)
“Natale senza immigrati, è rivolta. Il Pd: Maroni spieghi in Parlamento” (da Repubblica Milano)
http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1783215
“WHITE CHRISTMAS” SENZA IMMIGRATI (da Img-press)
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=47011&idSezione=13
Italia/Mondo – Varese/news (da Varese/news)
http://www3.varesenews.it/italia/articolo.php?id=157214
“Disegno di legge sul cosiddetto processo breve” (dal blog Sinistraospi); “White Christmas, a Coccaglio il razzismo toglie il velo” (dal blog Sinistraospi)
http://sinistraospi.blogspot.com/
“Viaggio nel paese di White Christmas: <<I nostri figli hanno troppi amici neri>>” (da Repubblica)
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/viaggio-paese/viaggio-paese.html







![Validate my RSS feed [Valid RSS]](valid-rss.png)
Non capisco cosa c’entri Riviello con White Cristhmas. E poi: chi non ha il permesso di soggiorno è o non è un irregolare che va contro le leggi? Cosa c’è di male nel cercarli per attuare la legge che prevede il reimpatrio? Dovremmo aspettare che si consegnino spontaneamente?
Hai ragione, dovremmo anche passare per tutte le case a chiedere come hanno comprato i macchinoni e le ville tutti quegli industrialotti o costruttori che sfruttano il lavoro in nero degli immigrati!! e che dichiarano sempre meno di quanto guadagnano evadendo le tasse!
Dovremmo aspettare che si consegnino spontaneamente?
quello sarebbe un White Cristhmas completo!
non soltanto la caccia a dei poveracci morti di fame! che vivono come bestie in monolocali affittati da Italiani!
Sì credo che tu abbia ragione. Chi è fuori dalla legge dovrebbe essere punito sia che sia un extracomunitario che un ricco industrialotto che non paga le tasse.
Rispondo a chi diceva “Non capisco cosa c’entri Riviello con White Cristhmas.”
Il riferimento a Riviello era mosso dall’intento di far riflettere liberamente i lettori sulla posizione dell’ex-Presidente della Pro Loco di Figline Valdarno, il quale, pur affermando di non avere “niente da eccepire su certe presenze [i “cittadini islamici”, N.d.A.], dato che per [lui] si tratta di cittadini come gli altri e rispett[a] i loro diritti” (fonte: Figline.it http://www.figline.it/LITA/C10239-9_2_16/hhcm-“IL_CENTRO_ISLAMICO_DEVE_CAMBIARE_SEDE”.html ), ha ricevuto l’appoggio e la solidarietà da parte di esponenti di un partito, la Lega Nord, che fa dichiarazioni esplicitamente e innegabilmente razziste e xenofobe, senza ufficialmente prenderne le distanze.
Una presa di posizione piuttosto ambigua…
Ho citato il caso Riviello anche per invitare a soffermarsi un attimo in più sull’uso delle parole e delle categorie, quando si parla di persone e di stranieri, anche qui da noi.
Infatti, nella ricerca delle cause ai problemi del centro storico, riferendosi ai “cittadini islamici”, egli individua, anzi, addita, e in modo improprio e arbitrario, un gruppo specifico di persone.
Oltretutto, non si limita ad associare il problema del nostro paese identificandolo con la figura dello straniero tout court (cioè estraneo al contesto storico di Figline, cosa che sarebbe ugualmente ingiustificabile, ma almeno più comprensibile, visto che ciò che non si conosce ci fa paura e quindi si tende a rimuoverlo, a rigettarlo).
In base a un fantomatico principium individuationis egli riduce, in modo distinto e preciso peraltro, l’elemento straniero a Figline alla sola comunità degli “islamici”, quando in realtà le problematiche del centro storico andrebbero ricercate in anni di politiche sociali e urbanistiche forse sbagliate.
Sarà forse davvero l’aspetto esteriore di questa presenza estranea [che si vuole caricare di estraneità] ossia il vestiario tradizionale di queste persone, che rischia di spaventare i turisti che “possono pensare di trovarsi in un altro paese”? Ma i turisti stessi, non sono forse anche loro estranei al contesto storico della nostra Figline medievale? Vogliamo davvero credere all’elemento disturbante dei caffetani? Come giustificazioni, le motivazioni addotte dall’ex-Presidente della Pro Loco, sembrano piuttosto semplicistiche, quantomeno non molto fondate, e certamente poco politiche.
Ipotizziamo che Sting, il cantante britannico, si converta all’Islam. Aggirandosi in “abiti tradizionali” per il centro di Figline, potrebbe risultare una presenza inquietante, impedendoci di frequentare tranquillamente, soprattutto nelle ore serali, i nostri luoghi consueti. Probabilmente ci sentiremmo rassicurati da una volante della polizia che girasse per il centro e che, passandogli accanto, i poliziotti gli controllassero i documenti. Guai a lui, qualora fosse irregolare! Sei mesi di C.I.E. (Centro di Identificazione ed Espulsione, ovvero carcere sovraffollato e con pessime condizioni per i detenuti).
E ai tanti extracomunitari americani – per esempio quelli che vivono a Firenze – quante volte vengono controllati i documenti? Saranno davvero tutti in regola? A chi verrebbe in mente di controllare che anche loro “non vadano contro la legge”, esattamente come sono costretti a fare tanti laureati marocchini o bengalesi, persone colte e istruite – spesso poliglotti – che, giunti in Italia, devono ripartire da zero e vedersi umiliati solo perché provengono da paesi più poveri, parlano ancora poco l’italiano e non vestono abiti firmati? Dov’è il discrimine tra lo straniero accettato e lo straniero disturbante, questa presenza inquietante? Dove corre questa frontiera tra noi e il vero altro?
Oltretutto sarebbe bene porre più attenzione all’uso del nostro linguaggio. L’italiano, infatti, distingue due aggettivi per individuare il gruppo dei fedeli del Corano: “musulmano” e “islamico”. L’utilizzo dell’aggettivo “islamico” evoca, in maniera subdola ma direi sistematica, tutti i discorsi e i luoghi comuni dei media e dei giornali sul “fondamentalismo” e sul pretestuoso “divario culturale” tra l’“Europa cristiana” e il “Mondo Islamico fondamentalista”, a cui di solito tale aggettivo viene associato. Se prima dell’11 settembre i due aggettivi erano forse dei perfetti sinonimi – neutrali dal punto di vista della connotazione – oggi l’aggettivo “islamico” ha ormai assunto, con l’uso, un valore più dispregiativo; va quindi usato con attenzione, soprattutto se si vuole “sgombrare il campo da possibili equivoci” (cito Riviello), ossia dal rischio di essere fraintesi – di vedere cioè i propri discorsi interpretati come luoghi discriminanti e xenofobi. Non sempre ce ne rediamo conto, ma il nostro immaginario e il nostro linguaggio sono impregnati dell’inflazionamento di termini ed espressioni, ed è facile farsene strumentalizzare.
Forse Riviello non voleva riprodurre le solite discriminazioni nei confronti dei musulmani suscitando di queste polemiche anche a Figline, dove forse si può trovare un’altra soluzione per risolvere il problema dell’integrazione e un’altra ancora per riqualificare la piazza come luogo d’incontro. Forse non intendeva neanche risvegliare l’odio xenofobo da retorica leghista. Forse ha reso nota la sua presa di distanza da un partito che rivendica l’italianità dell’Italia.
Una risposta a chi diceva: “…E chi
non ha il permesso di soggiorno è o non è un irregolare che va contro
le leggi? Cosa c’è di male nel cercarli per attuare la legge che
prevede il reimpatrio? Dovremmo aspettare che si consegnino
spontaneamente?”
Per quanto riguarda chi non ha permesso di soggiorno e “va contro le leggi”, vorrei ricordare in primo luogo che le leggi, per quanto cerchino (dovrebbero cercare) di regolare la vita e la convivenza delle persone (secondo il rapporto tra bisogni e risorse, il senso della giustizia, i valori democratici, l’uguaglianza, l’universalità dei diritti umani ecc.) e per quanto cerchino (dovrebbero cercare) di farlo nel modo migliore possibile rispetto alle contingenze della storia (che prevedono, come sempre, anche le migrazioni dell’uomo), restano pur sempre dei prodotti umani.
Pertanto non sono dei dogmi infallibili, né tantomeno si basano su principi incriticabili.
Come diceva Nietzsche, “la libertà è soltanto in divenire”, cioè è un qualcosa che l’uomo raggiunge soltanto oltrepassando i propri limiti, superando se stesso continuamente – possiamo dire anche “crescendo, superando le proprie frontiere”. Siamo liberi nel momento in cui superiamo una nostra barriera mentale – momento in cui ampliamo il nostro orizzonte, in cui ci apriamo a nuovi limiti e a nuove conquiste (certo non nel senso imperialistico di “conquista”, ma nel senso di conquista personale, di conoscenza e apertura del proprio pensiero).
In questo, le leggi, che sono le garanti dei diritti e della libertà del popolo, dovrebbero seguire questo processo dinamico di lotta per la conquista di un nuovo spazio, in cui l’uomo possa agire e vivere in positivo. Per questo promulgare leggi richiede(-rebbe) l’esame delle esigenze che via via si manifestano nella storia: bisognerebbe chiedersi, dunque – nel tracciare i limiti della legalità e del diritto e nel concedere o negare determinate possibilità alle persone – dove sia più giusto collocare la frontiera della legalità ovvero della libertà/possibilità/sfera personale d’azione.
Ovvero: “quali possibilità devono/possono essere garantite a tutti? Cosa si può fare per facilitare l’uguaglianza e la convivenza delle persone? Nelle attuali condizioni, come si può evitare di precludere l’opportunità di accedere (per poi contribuire, anche) al benessere del paese anche a chi è più svantaggiato, in modo da non negargli a priori la possibilità di migliorare la propria condizione di vita? Come evitare di acuire i disagi e le frizioni, cercando invece di migliorare il dialogo, in modo da rendere il margine di libertà d’azione più grande, anche laddove questo sia più difficile?”Le leggi, insomma, dovrebbero garantire e salvaguardare la libertà e i diritti nel modo più possibile per le persone che vivono in un determinato paese.
Ma quelle proposte dai nostri governi, fanno abbastanza in questo senso?
In Italia adesso si punisce la clandestinità come un reato. Questo, di fatto, è contro il principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini difronte alla legge, “senza discriminazioni (…) di condizioni personali e sociali”. Di fatto non si può uscire da questa condizione di reato. Un immigrato che si voglia mettere in regola non può: non ha acesso ai servizi se non ha la residenza, non può avere la residenza se non si è creato determinate condizioni di vita, che si ottengono anche grazie a quei servizi che in partenza gli sono negati. E allora?
A chi giova il pacchetto sicurezza? Forse, agli italiani, che vivono sempre più preoccupati (quelli che ci credono ancora) per la loro sicurezza, che hanno paura che il loro vicino straniero rubi loro lo stipendio? Alla vecchietta che non esce più di casa? Alla famiglia straniera che non riesce a scavalcare gli sguardi colmi di pregiudizio degli altri? Al ragazzo di colore che, sentendosi costantemente osservato, è ancora più predisposto a sentirsi aggredito o discriminato? Agli sfollati di Rosarno che abitavano in strutture fatiscenti e che adesso sono in attesa di essere “identificati ed espulsi”? Alle tensioni esplose tra gli abitanti di Rosarno che sono scesi in piazza perché sono stati chiamati razzisti? Ai cittadini aizzati contro gli irregolari come dei cacciatori di taglie o degli sceriffi, che organizzano ronde per scovare l’ “immigrato irregolare” da denunciare alle forze dell’ordine?
Non è per lanciare un messaggio eversivo, ma ritengo giusto e necessario criticare l’atteggiamento di chi ci governa e le leggi che vengono approvate in Parlamento.
A ciascuno il diritto di giudicare se non esista, forse, un percorso diverso da seguire, che renda la vita più vivibile per tutti.
Quindi, secondo te, le leggi vanno rispettate solo se ritengono giuste altimenti possono non essere rispettate. E’ una teoria. Ma è la stessa degli evasori fiscali e dei mafiosi che decidono a quali leggi obbedire e a quali no.
Sicuramente tu hai le migliori intenzioni di questo mondo ma il discorso è semplice: possiamo ospitare tutte le persone povere in Italia? ovviamente no e allora abbiamo bisogno di stabilire un tetto, una quota di persone che possono venire nel nostro paese. UNa volta stabilita quella quota chi non ci rientra deve essere mandato via poi lo possono chiamare Bianco Natale oppure Via i clandestini cambia poco……..
Io parlavo di critiche e senso civile, non ho detto che le reggi possono non essere rispettate se non si ritengono giuste. Il mio discorso sarà stato semplicista, ma di certo non si può mettere sullo stesso piano dell’atteggiamento di chi evade le tasse o appartiene a sistemi di potere “para-statali” – intendo mafiosi o altro. Io volevo dire proprio il contrario: quello che manca in Italia, e la politica dell’attuale governo in particolare secondo sta lavorando nella direzione opposta, è il senso comune, il senso civico dei cittadini. Se non ci fosse questa grave carenza di senso comune, probabilmente ci sarebbe meno egoismo tra la gente; si capirebbe, forse, che è importante agire in modo che la collettività nel suo complesso stia meglio. Invece tendiamo a vedere lo Stato come un ladro, come un’imposizione dall’alto che ci è estranea e che esiste solo per limitare e contrastare la nostra libertà.
In Italia non siamo forse abbastanza “educati” per vedere nella politica un qualcosa in cui siamo noi i primi coinvolti; forse anche la politica, l’economia, tutto funzionerebbero meglio se tutti ci sentissimo responsabili. Ovviamente “responsabili” nel senso che siamo una piccola unità di questa società chiamata a sentirsi coinvolta per quello che succede nel Parlamento e ogni giorno. Invece di porci problemi di etica e di confrontarci con i fenomeni che sono anche una delle conseguenze della globalizzazione (grazie alla quale viviamo e godiamo di un benessere che ci viene anche dalla povertà di un’altra parte del mondo), noi siamo concentrati su quello che “ci spetta” e che “è nostro”. Ci sentiamo un po’ troppo “padroni”, secondo me. Dovremmo ricordarci un po’ più spesso di come sono distribuite le risorse nel mondo, ricordarci della storia che, in determinati momenti ha visto anche noi emigrati, poveri e discriminati, e anche ricordarci di quanto una parola, piuttosto che un’altra, utilizzata “contro” e non “per” una persona, possa far male e magari suscitare anche una reazione forte da parte dell’altro che si sente attaccato. Infine: scendendo nei meandri dell’ultima legge approvata quest’estate, il pacchetto sicurezza, ci si rende conto di quanto questa legge sia stata creata per aumentare la difficoltà d’inserimento di quanti vengono qui per lavorare e che non riescono (perché ne è negata loro la possibilità)a mettersi in regola, includendo nel numero degli “irregolari” anche coloro che erano riusciti ad avere i documenti e, ad esempio per un qualsiasi ritardo ingiustificabile delle istituzioni italiane, si ritrovano, al momento del rinnovo, “irregolari”, pur avendo compiuto onestamente tutte le procedure necessarie. Cosa dire, in questi casi? Stato che promette, rinnega, cattura, punisce. Polizia. Sicurezza. Sono queste le risposte che cerchiamo noi cittadini?
Non si tratta di pensare di “ospitare tutte le persone povere in Italia”. Si tratta di provare a ripensare tutta la questione in un’altra prospettiva, diversa da quella che vorrebbero diffondere i mezzi d’informazione. Il nostro mondo è costruito su delle ineguaglianze. Non possiamo far finta che esse non esistano fin quando viviamo bene e tranquilli nelle nostre case e poi alzare le barricate contro chi invece è alla (legittima) ricerca di una possibilità per veder migliorare anche la qualità della propria vita.