“Coliandro” è una serie televisiva arrivata quest’anno alla quarta stagione. Partita in sordina, ha pian piano riscosso sempre maggior successo ed è riuscita a coalizzare un gruppo di amanti che lo seguono e lo amano in maniera passionale. La regia è affidata ai Manetti Bros, le storie traggono spunto dalla penna del giallista e autore televisivo Carlo Lucarelli e il protagonista, l’ispettore Coliandro, è Giampaolo Morelli. Quando una serie televisiva da “buona” diventa “cult”? Probabilmente quando ha dei tratti caratteristici che la distinguono profondamente dalle altre: la caratteristica principale di Coliandro è quella di essere politicamente scorretto. In una Rai che sforna fiction a getto continuo su Santi, Eroi e qualche navigatore, ecco che Coliandro è un punto di rottura drastico. Finge di avere la pistola, la punta contro un rastone e dichiara: “punk a bestia: la rovina di Bologna”, chiama “cioccolatino” i neri, pensa che le donne non dovrebbero stare in polizia e racchiude in sé i pregiudizi peggiori del qualunquismo italiano. Nonostante questo, è simpaticissimo. Forse perché è sfigato nel lavoro o in amore o forse, come dicono i registi: “Perché è un qualunquista con il cuore più grande della terra come tantissimi italiani”.
Un “diretto allo stomaco degli sceneggiati ipocriti e sdolcinati”. Così il sito ufficiale del fans club dell’Ispettore Coliandro descrive, in poche parole, ciò che il serial rappresenta per il panorama televisivo italiano. Ma c’è chi non è d’accordo. La serie è la produzione italiana più venduta all’estero dopo “Montalbano”, ma i vertici RAI hanno deciso che costa troppo per le tasche di Viale Mazzini, svuotate da anni di gestioni scriteriate che strizzavano un occhio ai gusti del pubblico e l’altro alla tessera politica del capo di turno. Giorgio Buscaglia, responsabile della programmazione cinema e fiction di RaiDue, ha ribadito il suo no a Coliandro per ragioni di budget, tagliando la testa alla produzione italiana più originale degli ultimi anni. Mai e poi mai potremmo mettere in dubbio le capacità organizzative di un professionista che sulla sua pagina Facebook scrive megalomanicamente “Giorgio Buscaglia – Presidente della Repubblica dei Telefilm: l’unico uomo che, nel mondo delle reti TV, sa dare speranza alla comunità dei telefilm-dipendenti!”; ma, ovviamente, in pochi credono che una serie di grande successo possa chiudere solo per problemi di budget, dato che spostare bilanci dall’acquisto di telefilm stranieri al finanziamento di prodotti italiani dovrebbe essere la regola principale per un dirigente che punti alla crescita di un’azienda che ancora è pubblica, statale e nazionale. Ci dicano la verità, quindi. E’ troppo politically incorrect? Troppo razzista? O che altro?
Mentre nutriamo dei dubbi sulla veridicità delle spiegazioni di Buscaglia, possiamo accettare le perplessità sulla serie di Aldo Grasso, grande critico televisivo del Corriere della Sera, che non è convinto dal mix giallo – comicità – critica sociale del nostro ispettore (che manca, secondo lui, di auto-ironia) e dalla scrittura “furbetta e ammiccante” di Lucarelli. Anche lui però nella sua recensione, a mo’ d’esempio, cita sempre e solo una puntata: che abbia visto solo quella, delle 14 totali? Non ci aspetteremmo mai questo, da uno come Aldo Grasso. Sarebbe come voler discutere di astronomia e medicina dopo averla imparata su “Focus”.
Gianni e Tommi – Radio Valdarno











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O come tifare contro l’Italia solo perchè non ti sta simpatico l’allenatore????!!!!!!!
Coliandro è un telefilm meraviglioso, lo dovrebbero proiettare nelle scuole!!!!!!!! Anche se la prima serie……….Nettamente meglio le altre, Coliandro come il buon vino, invecchiando migliora….