LETTERATURA – L’ASCENSIONE DI ROBERTO BAGGIO – INTERVISTA A MATTEO SALIMBENI E VANNI SANTONI

LETTERATURA – L’ASCENSIONE DI ROBERTO BAGGIO – INTERVISTA  A MATTEO SALIMBENI E VANNI SANTONI

L’ascensione di Roberto Baggio – Romanzo di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni

Calcio e letteratura: un binomio difficile, ostico e non di facile presa. Gli amanti del calcio, decine di milioni in Italia, si appassionano volentieri alle rosee pagine del quotidiano sportivo e possono rimanere incollati mezzora a un replay di un giocatore che scatta sul filo del fuorigioco ma quando si tratta di libri sul calcio, ma anche di fiction televisive sullo stesso argomento, la marea diventa fiume e il fiume diventa un piccolo torrente. Tutta questa introduzione inutilmente lirica solo per dire che il romanzo “L’ascensione di Roberto Baggio” firmato a quattro mani da Matteo Salimbeni e Vanni Santoni è un tentativo coraggioso di coniugare calcio e letteratura. L’argomento è Roberto Baggio in tutta la sua grandiosità. Se l’argomento è calcistico, la narrazione è letteraria.

Trama del romanzo: due giovani scrittori si vedono commissionare da un misterioso editore un libro su Roberto Baggio. Inizia così il loro surreale e onirico viaggio tra tutte le tappe calcistiche vissute dal “divin codino” partendo da Vicenza e arrivando fino a Brescia, tappa conclusiva della sua carriera. Durante questo “on the road” per il centro – nord italico ecco che i due protagonisti, leggeri ed eterei, incontrano molti personaggi che custodiscono, conoscono, pensano di sapere qualcosa sulla vita, l’arte calcistica, la religione di Roberto Baggio. Ricomponendo i moltissimi pezzi del puzzle ecco che i due protagonisti potranno finalmente arrivare a comporre un quadro degno della beatificazione del più grande calciatore italiano dell’epoca moderna.

Roberto Baggio è stato dotato da madre natura di un talento immenso ma la sfortuna (la maledizione forse, come si doveva chiamare inizialmente il libro) e la mancanza di personalità dell’uomo di Caldogno hanno fatto sì che a fine carriera Baggio avesse raccolto davvero poco: 2 scudetti, uno con la Juve e uno con il Milan ma nessuno vinto da trascinatore, 1 coppa Uefa e 1 coppa Italia. Moreno Torricelli, solo per fare un esempio, terzino discreto per grinta e carattere ma che non aveva neanche una briciola del talento di Roberto, si è trovato a vincere molto di più: 3 campionati, 2 coppe Italia, 2 supercoppe italiane, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 1 intercontinentale, 1 supercoppa Uefa.
E poi i Mondiali. Questi sì la vera maledizione di Roberto. L’Italia riesce a vincerli nel 2006, proprio quando LUI ha lasciato il calcio per sempre. Nel mezzo quattro mondiali inseguiti da Roberto e da tutta l’Italia dietro a Roberto: il 1990, in Italia, dove il sogno si interrompe in semifinale con l’Argentina, il 1994 dove ci ha trascinato in finale contro il Brasile ma ha sbagliato uno dei rigori decisivi, il 1998 concluso ai quarti contro la Francia dove Roberto è oscurato dall’astro nascente di Del Piero e il 2002 dove ritorna la maledizione sotto forma di infortunio, Baggio guarisce, rinasce e insegue il Mondiale ma Giovanni Trapattoni, che di maledizioni e acqua santa se ne intende, decise di non convocarlo esponendoci a una colossale figuraccia contro la Corea con tanto di eliminazione nel girone.
Gli autori mostrano di avere una sorta di occhio di riguardo per Baggio proprio perché “ha vinto poco”. Questo aver vinto poco lo renderebbe ancora più grande, agli occhi di Salimbeni e Santoni, rispetto invece a quei campioni che sono riusciti a portare, grazie al loro talento, le proprie squadre a molte vittorie: Platini, Zidane, Maradona, Van basten etc etc. In quest’osservazione, che attraversa tutto il libro, rimane una sorta di ideologismo sinistrorso che prevede l’ammirazione per i perdenti, meglio se perdenti di talento. Ma Roberto Baggio, e il libro lo illustra con dovizia di particolari, non è soltanto un perdente di talento ma un pezzo della storia popolare italiana.

Termino questa recensione con due consigli:
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