Le parole che uccidono la mafia

Le parole che uccidono la mafia

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150 mila persone, vere! Vere non solamente nel numero, ma vere nei sentimenti. Sono state quelle che domenica 20 marzo si sono ritrovate in piazza Duomo a Milano per ricordare le vittime delle mafie.

Una giornata speciale. A riunirle, come ormai da quindici anni, l’associazione Libera di Don Ciotti.

Giovani dalla Sicilia, dalla Calabria, ma anche da Roma, Torino. C’era tutta l’Italia. L’Italia pulita, quella che vorrebbe un paese normale, dove la politica non è collusa con la mafia e dove lo stato tutela il cittadino.

E’ stata una giornata particolare. Dal palco Don Ciotti ha sollecitato le istituzioni a fare del primo giorno di primavera la giornata nazionale per il ricordo delle vittime delle mafie. Non più un’iniziativa della società civile, ma un giorno della memoria dello stato che ricordi le vittime di una guerra non ancora vinta.

In prima fila i familiari delle vittime. Sul palco, tanti esponenti della società civile che si sono alternati nella lettura dei nomi delle vittime.

Poi Don Ciotti, con la sua passione e il suo buon senso, ha acceso la piazza. Parole di conforto per i familiari, ma soprattutto parole d’impegno per il presente e di speranza per il futuro.

Le sue parole portano al fronte di questa guerra. Che non si combatte solo con le armi della polizia e le celle dello Stato, ma con le buone pratiche quotidiane, fatte di rispetto delle regole e di passione civile. Dove le parole diventano importanti, come ricorda Don Ciotti in uno dei passaggi del suo intervento: “Non solo le armi uccidono ma anche il silenzio”.

Questo mi ha lasciato il 20 marzo: la certezza che al fronte di questa guerra ci dobbiamo essere tutti, e che solo se tutti ci saremo, allora questa guerra si potrà vincere.

Salvatore Filippone