L’ASSASSINO CON LA FACCIA D’ANGELO (SECONDA PARTE)

L’ASSASSINO CON LA FACCIA D’ANGELO (SECONDA PARTE)

La memoria delle stragi, dei misteri e delle vittime della nostra Repubblica deve essere tenuta viva non soltanto nella data dell’anniversario ma durante tutto l’anno. Questo è il desiderio espresso dai parenti delle vittime della strage di Bologna ma anche di altre tragedie che hanno insanguinato l’Italia. E questo cercheremo di fare: continuare a parlare delle stragi, dei misteri, delle vittime e degli assassini della nostra storia recente per ricordare, e per cercare di capire, non solamente un giorno all’anno.

Ecco qui la seconda parte del racconto della vita violenta di Giusva Fioravanti. Nel primo articolo (clicca qui per leggere) abbiamo raccontato la sua adolescenza, la sua carriera di giovane attore famoso e celebrato, i suoi viaggi negli Stati Uniti e poi, accanto al fratello Cristiano, l’ingresso nell’ambiente dell’estrema destra romana e la fondazione dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, nel dicembre del 1977. In questa seconda parte racconteremo i delitti perpetrati e i reati commessi, nella terza parte ci soffermeremo sulla strage di Bologna.

Il 28 febbraio 1978, all’età di 20 anni, Fioravanti commette il suo primo omicidio uccidendo Roberto Scialabba che ha come unico torto quello di stare con i suoi amici in un posto frequentato dai “rossi”: è la vendetta dei Nar per l’assassinio di Mantakas, il camerata greco ucciso tre anni prima.

Nel gennaio 1979 i NAR fanno irruzione in una radio libera della sinistra romana “Radio città futura”: all’interno va in onda un programma di casalinghe. Questo il suo racconto: “Io avevo funzione di ariete: sono entrato davanti agli altri, mi sono ritrovato in questo cortile su cui si affacciavano varie porte, ho cominciato a guardare cosa ci fosse dietro una, dietro l’altra, intanto gli altri sono andati su per una scala di ferro e hanno trovato “Radio città futura”. Non ho fatto in tempo a salire le scale, che li ho visti tornar giù di gran corsa – prima i miei compagni e poi le donne. Lì per lì non ho capito neppure cosa stesse succedendo, li sento gridare “Al fuoco, al fuoco”. Appena entrati, avevano tirato le molotov”. Le fiamme divorano la radio e Valerio spara alle gambe delle 5 donne impaurite che tentano la fuga. La sua giustificazione, molti anni dopo, sarà questa: “Ho evitato il peggio (..) sono riuscito ad arginare due maniaci, due sadici che volevano a tutti i costi uccidere”. Su questa auto giustificazione permangono, logicamente, molti dubbi.

Siamo alla fine degli anni Settanta e Roma prende fuoco: continui scontri tra “fascisti” e “comunisti”, la banda della magliana che si sta imponendo e  le ultime fiammate del terrorismo rosso. I NAR decidono di uccidere un avvocato che sospettano di aver mandato in galera alcuni neofascisti: il 9 dicembre 1979 avviene l’agguato mortale solo che a morire non è la vittima prescelta ma Antonio Leandri, un giovane studente/lavoratore di 24 anni vestito come l’avvocato. Ma non è finita. Fioravanti vuole una mitraglietta M12 e per prenderla non si fa scrupolo di uccidere Maurizio Arnesano, un giovane agente di polizia.

Nei 15 giorni precedenti alla strage di Bologna, Fioravanti e Mambro sono in Sicilia, ospiti di Ciccio Mangiameli con cui avevano avuto contatti per organizzare l’evasione di Pierluigi Concutelli, noto neofascista romano. Ciccio Mangiameli sarà ucciso pochi giorni dopo la strage del 2 agosto perché, secondo l’accusa, avrebbe saputo troppo; Fioravanti dirà che l’uccisione di Mangiameli è legata a una vicenda di denaro sottratto alla loro causa.

Alle 10 e 25 del 2 agosto 1980 si realizza il più grave attentato della storia italiana: la bomba esplode alla stazione di Bologna provocando la morte di 85 persone e ferendone, alcune in modo permanente, ben 200. Fioravanti e la Mambro saranno condannati definitivamente per questa strage, loro hanno sempre continuato a dichiararsi innocenti. Della bomba, della difesa di Fioravanti e delle sentenze su Bologna parleremo però in maniera analitica nel prossimo articolo dedicato a Giusva. Pochi mesi dopo, il 5 febbraio 1981 si conclude la sanguinosa e assurda parabola di Giuseppe Valerio Fioravanti: mentre sta recuperando, con altri camerati e la Mambro, delle armi lungo un argine presso Padova, Valerio inizia un conflitto a fuoco con i carabinieri, ne uccide uno ma viene ferito gravemente. Francesca Mambro e il fratello Cristiano Fioravanti lo lasciano sanguinante in un rifugio e corrono a chiamare un dottore, Valerio nel frattempo riesce a chiamare degli estranei e a far chiamare un ambulanza.

Da allora ha fatto 18 anni di galera, dal 1999 ha accesso al lavoro esterno, dal 2001 alla semilibertà, dal 2004 alla libertà condizionale e dall’aprile 2009 è un uomo libero che ha scontato la sua pena.

Queste sono le condanne che ha avuto Fioravanti pur escludendo la strage del 2 agosto: ergastolo per gli omicidi di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978), Antonio Leandri (17 dicembre 1979), Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980), Franco Evangelista (28 maggio 1980), Mario Amato (23 giugno 1980), Francesco Mangiameli (9 settembre 1980), Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981). Oltre a tutti questi ergastoli, Giusva ha accumulato 134 anni di prigione anche per i seguenti reati: furto e rapina, violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, spaccio di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio, incendio, sostituzione di persona, calunnia.