Immigrati in sciopero

Immigrati in sciopero

A Milano lo scorso 17 gennaio si è tenuta la presentazione di  ” Primo marzo 2010 una giornata senza di noi”  una grande manifestazione non violenta che porti in piazza gli immigrati

Ascolta L’intervista Stefania Ragusa giornalista di Glamour e una delle fondatrici del movimento

Ascolta La lettura del manifesto di riferimento del movimento

Ascolta una parte della conferenza

Il risveglio della passione, in una domenica qualunque

«Ma che sapore ha una giornata uggiosa?» ha scritto Mogol per il suo amico Lucio Battisti. D’inverno, le domeniche milanesi, il più delle volte, sono grigie e fredde. Quando accade, mi sembra che una cappa color avorio sporco ricopra la città. Quando accade solitamente ci sono poche alternative alla mia indolenza da giorno vuoto. Solitamente appunto. Questo fine settimana fa eccezione. La curiosità e la voglia di evitare il confronto con il disordine da bazar nordafricano della mia stanza, spezzano il circolo vizioso tempo brutto (eufemismo!) – rintanamento casalingo. E così, mi dico «ma sì, andiamoci». Dopo circa un’ora dal mio risveglio mattutino sono insieme all’amico e collega Salvatore Filippone, allo Spazio Tadini in via Jommelli 24, a due passi da piazzale Loreto. Il collettivo “Primo Marzo 2010, una giornata senza di noi” si presenta ufficialmente. Troviamo molte persone ad aspettare quello che il movimento ha da dire. Poco brusìo, nessun giornale aperto per riempire i tempi morti dell’attesa. «Buon segno – penso – vuol dire che qui non si viene ad ascoltare chiacchiere così, per sport: la platea fa sul serio». Comunque, non dobbiamo aspettare molto per entrare nel vivo della giornata. Alle 12 e 15, Stefania Ragusa, giornalista di Glamour e promotrice del collettivo invita una ragazza di colore, alta e snella ad avvicinarsi al tavolo degli organizzatori. «Bella! Ha dei lineamenti interessanti, sarà d’origine etiope?» è il mio primo pensiero subito prima che lei inizi a leggere il manifesto del gruppo. Poi, c’è solo spazio per le sue parole. «Siamo un collettivo non violento che riunisce persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico. Siamo immigrati, seconde generazioni e italiani, accomunati dal rifiuto del razzismo, dell’intolleranza e della chiusura che caratterizzano il presente italiano». Già, il presente italiano. Chissà perché mi vengono in mente i recenti fatti di Rosarno. Un passaggio del documento, in particolare, mi ricorda i lavoratori immigrati sfruttati in quel di Calabria per 25 euro al giorno. «Vedere negli immigrati una massa informe di parassiti o un bacino inesauribile di forza lavoro a buon mercato rappresentano, a nostro avviso, impostazioni immorali, irrazionali e controproducenti. La parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavorano duramente e svolgono funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell’Italia di oggi». Ben venga allora che gli immigrati si astengano dai consumi il primo marzo 2010. Meglio ancora, anzi, se potessero scioperare, sindacati permettendo. Non capisco infatti con che faccia negarglielo dal momento che producono il 9,7% del nostro Pil, pari a 122 miliardi di euro. Senza il loro lavoro, lo Stato perderebbe sei miliardi di euro di tasse e contributi all’anno rileva il Fatto Quotidiano. Dopo la lettura del manifesto, gli interventi dei promotori e le dure considerazioni di chi rivendica dei diritti negati, ce ne torniamo all’aria aperta. Il freddo ci fa compagnia durante il tragitto di ritorno verso casa, ma ci convinciamo che aver ascoltato chi non si sente tutelato non è stato un altro espediente per sfuggire al gelo.

Jacopo D’Andrea