“Noi siam venuti dall’Italy /abbiamo un piano / per far la lira / Entriamo in banca col caterpillar / e ci prendiamo il grano”.
Dalla canzone “Col caterpillar”, parole e musica di Umberto Bossi, in arte “Donato”, 1961.
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Umberto Bossi nasce a Cassano Magnago, in provincia di Varese, nel 1941 da una famiglia modesta, il padre è operaio e la madre portinaia: “una famiglia in cui si respirava aria di antifascismo” dirà Umberto. E proprio quest’aria, probabilmente, lo avvicina prima ai movimenti di estrema sinistra e poi lo spinge a prendere la tessera del Partito Comunista. Gli studi non vanno bene anche a causa dei problemi economici della famiglia ma riesce a prendere il diploma di perito elettro – tecnico con la scuola Radio Elettra. Il giovane Umberto prova anche la carriera musicale, evidente il parallelismo con Silvio Berlusconi, con il nome d’arte di “Donato” e incide anche un 45 giri nel quale scrive musica e testi. A giudicare dal titolo dell’album “Un ebbro, uno sconforto”, il genere di Bossi – Donato sembra un po’ più scuro e intimista rispetto al Berlusconi che cantava nelle crociere.
Ascolta qui l’imitazione di Corrado Guzzanti
Lavorare non ha mai lavorato molto il vulcanico Umberto, come dice Gian Antonio Stella nel libro “Tribù”: “Viaggiava allora verso la trentina e fino a quel momento non aveva praticamente mai faticato (…) Mai lavorato, tranne pochi mesi all’Aci”. Nel 1968, a 27 anni, si iscrive a Medicina, non si laureerà mai ma in compenso organizzerà ben tre feste di laurea. Una di queste gli costa il divorzio dalla prima moglie che non ne può di essere presa in giro: nel 1982, a 41 anni, quando organizza la sua seconda finta festa di laurea portando addirittura la mamma a Pavia lei, Gigliola Guidali, lo lascia e chiede la separazione. I discorsi su Roma ladrona e sul nord che produce e lavora instancabilmente non sembrano riguardarlo molto. Ma l’errore più grosso sarebbe quello di ridurlo a una macchietta, un truffatore da quattro soldi, un cialtrone. Non sarà un gran lavoratore ma Bossi ha certamente qualità straordinarie che hanno fatto sì che la Lega Nord fosse, alle ultime elezioni del 2008, il partito più vecchio presente in Parlamento. Ha il carisma che gli suscita devozione sia nella classe dirigente che nella base del suo partito. E’ un ottimo organizzatore e un gran propagandista. Ha un eccezionale fiuto politico che gli ha permesso di barcamenarsi alla grande in questi venti anni di politica parlamentare tra parole diverse come federalismo, secessione, devoluzione, nord-nazione puntando ora sull’una ora sull’altra, a seconda del momento e delle convenienze.
Coerente, ecco coerente non lo è mai stato. E’ passato tranquillamente dal definire il Vaticano “il vero nemico che le camice verdi affogheranno nel water della storia” ad ergersi a baluardo del cattolicesimo contro l’islamizzazione della società e della cultura italiana. Su Berlusconi ha cambiato completamente idea: dopo la rottura del 1994disse di Berlusconi: “è un brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina”, adesso lo difende a spada tratta accusando i giudici comunisti. Ascolta qui Fininvest nata con i soldi di cosa nostra Prima invita una signora a mettere il tricolore al cesso e poi giura come Ministro della Repubblica Italiana, della quale il tricolore è il simbolo. Ascolta qui: da roma ladrona a ministro
I rapporti con gli alleati meriterebbero un capitolo a parte. Con Gianfranco Fini l’alleanza è sempre stata tattica e strumentale senza nessuna simpatia né politica né umana. Troppo differenti i due personaggi ed infatti i rapporti tra i due non sono mai stati incantevoli. In un momento di crisi Gianfranco Fini così descrisse il modo di parlare del leader del Carroccio: “Il linguaggio di Bossi mi ricorda quello di un impotente che si eccita solo al telefono con le chat line”. Con Silvio Berlusconi invece c’è una certa simpatia umana, i due istrioni della politica italiana se le sono dette e date di santa ragione ma ormai da diversi anni vanno d’amore e d’accordo su tutte le cose importanti tanto che Bossi è diventato, di gran lunga, l’alleato più prezioso e fedele del premier. Ma a metà degli anni Novanta le cose erano totalmente diverse e alle accuse dell’Umberto, Silvio rispondeva battendo sul tasto della sua ignoranza: quando Bossi lo accusava di voler diventare un dittatore da America latina, una sorta di Juan Domingo Peron, Berlusconi rispose così: “Quando Bossi parla di “peronismo” io credo che si riferisca alla birra Peroni che è l’unico peronismo che conosce”. Ascolta qui: Berlusconi mai piu con Bossi
Per quel che riguarda il futuro, il futuro sarà dei figli: Roberto Libertà (sì, si chiama proprio così), Eridanio (idem, come sopra), ma soprattutto Renzo “trota” Bossi. Il celeberrimo soprannome “trota” deriva da un’intervista del padre Umberto che così rispose a chi gli chiedeva se il figlio Renzo potesse diventare il suo delfino: “Ma quale delfino, al massimo è una trota”. Il figlio in effetti promette di essere un degno erede del padre: è bocciato tre volte alla maturità. La Lega, nata come forza antisistema, nemica della corruzione dei palazzi romani, del clientelismo e delle raccomandazioni è finita così. Con Renzo Bossi eletto come consigliere regionale in Lombardia, con il fratellastro Riccardo che per cinque anni ha fatto l’assistente parlamentare all’eurodeputato leghista Francesco Speroni, con il fratello di Umberto, Renzo anche lui assistente parlamentare dal 2004 al 2009 dell’eurodeputato leghista Matteo Salvini per la modica cifra di 12750 euro. Eh sì, la coerenza non è mai stata un pregio di Umberto Bossi.










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