Il 2 agosto 1980, esattamente 30 anni fa, una bomba scoppiava nella sala d’aspetto della stazione di Bologna causando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200. Era mattina, erano le 10:25, e le persone, proprio come oggi, si stavano spostando per andare qualche giorno al mare. E’ stato il più grave attentato della storia d’Italia.
Repubblica dedica a queste persone morte in una guerra che non avevano deciso di combattere un muro della memoria, cioè uno spazio con le loro foto, i loro nomi e una breve biografia. Se avete tempo e voglia scorrete quelle foto e quei nomi: spesso i numeri sono freddi mentre vedere i volti e leggere le storie delle persone li rende vivi. Ci sono giovani e anziani, c’è chi ha perso il treno per poco e si era fermato in stazione ad aspettare il prossimo, c’è chi non doveva essere in stazione in quel momento ma il treno che doveva prendere aveva accumulato ritardo… Ci sono persone che non ci dovevano essere, ma anche questo discorso è sbagliato: nessuno avrebbe dovuto esserci e nessuno avrebbe dovuto mettere una bomba in una stazione. Ma chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna?
Subito dopo l’episodio si disse che era una scoppiata una caldaia. Era la stessa identica voce che si era sparsa il 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana. Piazza Fontana a Milano e la stazione di Bologna sono i luoghi dove inizia e finisce la strategia della tensione, nel mezzo ci stanno gli anni Settanta: gli anni di piombo. Ben presto si capì che non si trattava di una caldaia ma di una bomba dal potenziale enorme: una miscela di esplosivo, tritolo e nitroglicerina. Per aver piazzato quella bomba sono stati condannati con sentenza definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti appartenenti a un gruppo terrorista di estrema destra: i NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari. Fioravanti, all’epoca della strage, aveva 22 anni, la Mambro ne aveva 21 e Ciavardini 18; tutti e tre avevano alle spalle un passato fatto di violenze, pestaggi, rapine e omicidi. Fioravanti, Mambro e Ciavardini si sono sempre dichiarati innocenti. Per aver cercato di depistare le indagini furono condannati invece Licio Gelli, capo della loggia massonica Propaganda 2, l’agente del servizio segreto militare Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
Il quadro sembrerebbe chiaro: giovani estremisti di destra (usati e) coperti da esponenti dei servizi segreti e da logge massoniche potenti e oscure. Chi conosce la storia dell’Italia repubblicana sa quanto sia difficoltoso giungere a delle sentenze definitive di colpevolezza: per la strage alla banca dell’agricoltura in Piazza Fontana non ci sono colpevoli, lo stesso vale per i morti di piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Anche per il Dc 9 caduto a Ustica il 27 giugno 1980, poco più di un mese prima di Bologna, non ci sono verità giudiziarie. Per Bologna siamo invece giunti a una sentenza di Cassazione che condanna degli esecutori materiali. Ma, già prima della condanna definitiva, molti avevano avanzato dubbi sulla colpevolezza di Fioravanti e Mambro. I dubbi provenivano, e provengono, sia da settori dell’opinione pubblica di destra, e fin qui tutto normale, sia da parte di noti personaggi della sinistra italiana come, ad esempio, Furio Colombo, ex direttore dell’Unità. Chi non crede alla loro colpevolezza contesta l’impianto del processo, le prove a carico, i testimoni che li accusano e contesta anche il fatto che a organizzare la strage più grave d’Italia siano stati tre ragazzi che insieme arrivavano appena a 60 anni.
Non è questo il posto giusto per analizzare prove, moventi e alibi, quest’ultimo tra l’altro molto nebuloso in quanto i tre si forniscono l’alibi a vicenda dicendo di essere stati quella mattina a Padova e non a Bologna. Ma alcune parole si possono dire sull’emergere di una nuova pista che si è fatta spazio negli ultimi anni. Della nuova pista Francesco Cossiga ne è, nella versione soft, il principale sostenitore e propugnatore. L’ex Presidente della Repubblica, che era Presidente del Consiglio il 2 agosto 1980, ritiene che si trattò di: “un incidente, un drammatico incidente di percorso: fu con molta probabilità, una bomba trasportata da terroristi palestinesi che non doveva essere innescata in quell’occasione e che invece, chissà perché, per un sobbalzo, una minaccia, un imprevisto, scoppiò proprio in quel momento”. La versione hard della vicenda è invece questa: in Italia sarebbe esistito il cosiddetto “lodo Moro”, un accordo fatto dallo statista democristiano con i gruppi terroristici palestinesi per cui l’Italia garantiva il passaggio senza problemi di materiale e uomini del terrorismo palestinese sul proprio territorio, ma in cambio riceveva l’assicurazione che non ci sarebbero stati attentati in Italia. Dopo la morte di Moro, 1978, questo patto non sarebbe stato rispettato dalle autorità italiane che nel novembre 1979 arrestarono, proprio a Bologna, il giordano Abu Anzeh Saleh, che era un rappresentante del Fronte di Liberazione palestinese in Italia. La strage della stazione di Bologna sarebbe una ritorsione contro l’arresto di Saleh. Questo filone allo stato attuale non sta trovando molti riscontri nonostante sia stato aperto un fascicolo d’indagine.
L’idea che a piazzare la bomba siano stati i palestinesi convince il giudice Rosario Priore, esperto in misteri italiani in quanto ha presenziato diversi procedimenti del genere, mentre trova assolutamente contrario Paolo Bolognesi, Presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna.










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