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“Invictus” (mai sconfitto, indomabile) è il titolo di una poesia di W.H. Henley, scritta a fine Ottocento su un letto di uno degli innumerevoli ospedali che lo videro ricoverato a causa di una grave forma di tubercolosi. Colpito sin da giovanissimo dalla patologia, che gli costò anche l’amputazione di una gamba, riuscì a vivere, e sopravvivere, fino a 53 anni, senza trascurare i propri interessi e le proprie passioni.
“… It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.”
“… Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino.
Io sono il capitano della mia anima.”
“Invictus” è la poesia che Nelson Mandela ha trascritto su un pezzetto di carta e ha tenuto vicino al letto della sua angusta cella n. 466 durante i 27 anni di carcere. Una finestra sbarrata, una porta spessa in legno con inferriata di metallo, una stanza che poteva essere percorsa in 3 passi. Dal 1964 all’11 febbraio 1990, questa è stata la sua casa. Come Henley dalla sua malattia, Mandela esce dalla prigionia provato, ma non sconfitto. Nel 1991 è eletto presidente dell’ANC (African National Congress, partito politico sudafricano simbolo della lotta all’apartheid) e nel 1994 presidente del Sudafrica, il primo di colore.
“Invictus”, adesso, è il titolo del nuovo film, da regista, di Clint Eastwood. Tratto dal libro di John Carlin “Ama il tuo nemico” (“Playing the enemy”), il plot verte sull’importanza che il mondiale di rugby ospitato in Sudafrica e vinto dalla nazionale di casa ebbe nel processo di pacificazione ed unificazione del Paese. Dopo la sua elezione a presidente, Nelson Mandela (Morgan Freeman) deve affrontare la spinosa questione della riconciliazione nazionale. In questo caso, i nemici da perdonare sono gli Afrikaner, popolazione minoritaria bianca del Sudafrica (a fronte dell’ 80% della popolazione di colore) che ispirò e teorizzò le dottrine razziste, intolleranti e segregazioniste dell’Apartheid, ufficialmente nato nel 1948.
Superare le ostilità e il rancore tra le parti è l’unico vero modo di riunire sotto un’unica bandiera una nazione così lacerata, tra l’altro in preda ad una crisi economica senza precedenti. L’occasione giusta può essere la Coppa del Mondo di rugby del 1995, per la quale il Sudafrica è stato scelto come paese ospitante, proprio per festeggiare la fine dell’apartheid: per questo, la nazionale sudafricana di rugby (gli “Springboks”) era stata da poco riammessa alle competizioni internazionali (1992). Quale migliore occasione per cercare di riunire, tramite lo sport, l’intero paese? Molti si chiedevano come Mandela potesse riabilitare agli occhi della maggioranza nera una nazionale, quella di rugby, simbolo dello strapotere bianco e per questo avversata e odiata. Scrisse Mandela in quegli anni: “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo, ha il potere di ispirare, ha il potere di unire il popolo, come poche altre cose fanno … Una squadra, un paese”. Mandela telefona quindi al capitano della Nazionale, Francois Pienaar (Matt Damon) e gli chiede, nel seguente colloquio privato, di guidare la nazionale alla vittoria della Coppa del Mondo, con tutto quello di simbolico che ciò poteva comportare. Impresa impossibile, per un team appena riformato; Pienaar è scosso, ma ispirato dalle parole del Presidente: “Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima”. Proprio quelle della poesia di Henley. Il capitano riesce quindi a trasmettere il suo spirito alla squadra, spiegando come la posta in gioco sia altissima: hanno tra le mani uno strumento capace di unire l’intero Paese.
Il finale è, ovviamente, noto alla storia ormai da 15 anni. I verde-oro sudafricani, partiti perdenti e arrivati in finale contro ogni pronostico, si battono contro i favoritissimi All-Blacks neozelandesi allo stadio “Ellis Park” di Johannesburg: ma non solo, sfidano anche i pregiudizi del razzismo e del nativismo, contro la segregazione e la divisione, dato che fino a pochi mesi prima la popolazione nera sputava ancora sui colori del proprio paese e inveiva contro gli Springboks. Lo sport che unisce, che intreccia popolo e politica, che racconta il carattere di una nazione: un miscuglio di sensazioni che, se fosse stato ancora vivo nel 1995, avrebbe sicuramente esaltato Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo che l’Italia abbia mai avuto.
Nella scorsa stagione cinematografica, Clint Eastwood ci ha regalato due capolavori: “Changeling” e “Gran Torino”. Le prime recensione apparse in rete non mettono questo film sullo stesso livello delle due pellicole appena citate, pur riconoscendo che comunque la qualità del lavoro del quasi ottantenne Eastwood rimane inarrivabile per la maggior parte dei registi che si cimentano nella “settima arte”. Ovviamente, l’unico modo per poter dare un giudizio definitivo su “Invictus” è andarlo a vedere sul grande schermo, a partire da venerdì 26 febbraio 2010. Vi anticipiamo che le critiche vertono soprattutto sul tono da “agiografia” della narrazione, sull’utilizzo un po’ banale della colonna sonora e sul troppo spazio assegnato a Mandela rispetto a Pienaar. Probabilmente, tutto ciò è dovuto al motivo celebrativo dell’intreccio: qui non ci può (e non ci deve) essere la violenza, la tensione, il rancore che abbiamo visto in Gran Torino. Walt Kowalski (il personaggio che Eastwood interpreta , appunto, in “Gran Torino”) prova dapprima rabbia verso il diverso, lo ha combattuto in guerra ma il suo percorso lo porta a provare curiosità e alla fine senso di protezione. In “Invictus” l’odio e la rabbia per il nemico sono già passati: l’avversario è stato capito e perdonato, l’importante adesso è che sia parte attiva e magari propulsiva del processo di unità e convivenza.
In conclusione, una domanda che può sembrare retorica: a chi si riferisce il termine “Invictus” del titolo? La stessa locandina è ambigua, vi campeggiano sia Mandela/Freeman che Pienaar/Damon. E’ lo stesso Eastwood a fugare ogni dubbio: “non si riferisce a nessun personaggio della storia, ma assume un significato più ampio nel corso del film”. E’ quindi non solo una squadra e non solo chi rappresenta una nazione ad uscire imbattuto dalla battaglia, ma un intero popolo.
INVICTUS (di Clint Eastwood) – USA 2009, con Matt Damon, Morgan Freeman, Scott Eastwood, Langley Kirkwood, Robert Hobbs, Tony Kgoroge, Grant Roberts, Bonnie Henna, Patrick Holland, Patrick Mofokeng. Drammatico/Storico. Durata 133 minuti.










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