FENOMENOLOGIA DEL CALCIO BRITANNICO

Written by on Maggio 3, 2019

Miniguida filosofica di un profano al calcio d’oltremanica.

Qualcuno di voi, leggendo questo post, si domanderà come sia possibile spiegare un modo di concepire il calcio con la filosofia. Ma se è vero che dietro ogni azione umana, fin dal principio oppure no, c’è il pensiero, anche il modo di rincorrere un pallone può essere il risultato di un retroterra culturale.

Da sempre il calcio anglosassone ha avuto un modo tutto suo di manifestarsi, e non è un caso. A noi italiani, con il nostro calcio difensivista, fatto di tatticismi pedanti e cattedratici, lento e poco digeribile senza caffeina (tanta), il loro calcio è sempre parso prosaico, semplice, offensivista ma atleticamente intenso. La cultura britannica, dal canto suo, forgiata dall’empirismo, non ha mai amato i sistemi particolarmente complessi, astratti, pieni di regole e lontani dall’esperienza concreta. Questo sentimento si manifesta nel modo che hanno di vedere il diritto, lo stato, la cultura e logicamente anche lo sport. La loro concezione del football, perciò, ne è forse uno dei risultati più evidenti, soprattutto a livello di club. Il famoso stereotipo sul calcio britannico, quello del “palla lunga e pedalare”, come le leggende, ha forse un fondo di verità.

Quella mentalità calcistica offensiva è forse uno dei frutti più genuini del loro modo di concepire l’azione come elemento primario. Nelle partite di campionato qualche volta si ha proprio l’impressione che la partita e la tattica, anche se non completamente, si facciano da sé, che si adattino e siano estremamente dipendenti dal momento. Un calcio dispendioso, intenso, combattuto fino all’ultimo, figlio della convinzione tipicamente britannica per la quale, se si vuole veramente vincere una partita, sia sufficiente segnare un goal in più, indipendentemente da quanti goal si siano subiti.

Da noi, invece, quasi come in una falange oplitica, il tutto parte dalla difesa, che fa da perno per tutto il resto (paragone forse esagerato, ma non ne ho trovato uno che renda di più onestamente).

Nel calcio d’oltremanica, oltre all’intensità (nel campionato inglese si corre mediamente di più che in altri) ci si affida di più alle palle alte, è più facile veder tirare da fuori area (da noi, spesso, gli allenatori si incazzano quando si tenta da fuori; ecco perché i goal dalla distanza più belli li ho visti nei campionati del Regno Unito), c’è maggiore potenza e, dulcis in fundo, non pare che gli spettatori se ne abbiano a male se non si abbonda di fantasia o creatività.

Non è solo una mentalità che mette al centro lo spettacolo, l’energia pura, ma è anche un modo di vedere il calcio decisamente non cinico o sornione, che rifugge le passività tattiche: per loro non dare tutto quel che si ha non è accettabile. Per noi italiani, invece, una partita di calcio può essere come una gara di scherma, dove ci si aspetta che l’avversario si sbilanci per assestare una stoccata vincente, lo si lascia stancare, lo si lascia credere di avere la gara in mano, magari immobilizzando il gioco e trasformando il tutto in un partita a scacchi. Da noi l’offensivismo viene sempre visto con diffidenza, da loro è l’essenza stessa del calcio.

Tuttavia, già a partire dalla fine degli anni ’80, con la volontà di imporsi più stabilmente a livello internazionale con i club, i britannici si sono rivolti spesso ad allenatori stranieri, che sicuramente hanno apportato un maggiore tatticismo al loro calcio. Questo contributo è servito loro per imporsi a livello continentale fra i club, anche se non sempre.

Noi italiani, dal canto nostro, spesso additiamo il loro calcio come il migliore d’Europa, come quello più allenante dal punto di vista tattico. Forse può essere vero, ma ne perde in spettacolarità e questo probabilmente lo rende televisivamente meno attraente all’estero. (Nel caso qualcuno se lo chiedesse, sono di parte e dico, da profano, che preferisco il calcio made in UK al nostro.)

Sono due modi molto differenti di vedere il calcio, frutto di due retroterra culturali completamente diversi. E se c’è una cosa che ho imparato è che i britannici hanno una concezione molto lineare ed edulcorata del calcio, per la quale i tecnicismi sono un orpello per lo spettacolo, ma il cuore (nella dimensione ludica) conta di più. È un calcio che, seppur orgogliosamente, si prende meno sul serio, che non ama gli arabeschi e apprezza la genuinità.

Per loro l’azione viene prima del pensiero, col provare; mentre per noi la tattica plasma la partita in anticipo, rendendola la gara dipendente dagli schemi già prima di iniziare. In definitiva, senza voler togliere niente a nessuno, nel calcio britannico c’è molto Locke, tanto Berkeley e un po’ di Hume. Nel nostro, invece, c’è tanto Cartesio.

Non me ne vogliano i filosofi per le semplificazioni del caso. Ho provato a spiegarvelo. A voi l’ultima parola J…

Francesco Valdambrini

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